domenica 6 ottobre 2013

tra parentesi (per i morti di lampedusa)

mi sembra che gli altri non sono veramente nel mondo, e io sfortunatamente ci sto. rispetto agli altri, con le loro collocazioni ben definite, col loro posto e il loro contorno,  mi sento una struttura porosa e sfatta nel mondo, coi fronti disciolti, sguarnita. mi sembra, quando vedo un colore o un palazzo o la feritoia dell’occhio nel corpo di un altro, che queste cose mi si attacchino, stingano sul mio corpo, che tutti i punti di questi oggetti mi contagino i loro sussulti, la loro configurazione cromatica o i loro desideri
 
(macerano nel mare, colorati e leggeri, i corpi senza più lingua dei somali, dei berberi, dei senegalesi... immenso brodo per pescecani, bollito misto servito freddo... l’acqua si fa iridescente per lo sversamento di  futuro e desideri...colliquanti dal cervello e dalla polpa giovane e bruna...il poter-percepire, fuoriuscito, fa bolle, l’amore chiazze grassose...dove c’era un bambino, l’alone era più svaporato e tenue, e insieme più acre... gli occhi grandi e aperti si ammollano, e guardano i pesci, la luce e il blu, molto blu... passano i gozzi dei pescatori, e invece dei tonni e le palamite, caricano il nuovo pesce tropicale, il pesce-uomo...)
 

                                          

io vedo il mondo come una colliquazione appena abbozzata, una sorta di struttura fusa in cui le distinzioni sono assai più cedevoli e inconsistenti di ciò che pensiamo, in cui le separazioni sono virtuali, proiettate da certi giochi d’immagine della pappa nel cranio
 
(qualcuno mi dice: non guardi negli occhi: grazie, perché la cosa non è compatibile con i rapporti civili)
 
 
tutto trasmigra ma ogni linea è il cambiamento della linea prima, ogni colore esala, sviene dall’altro
 
 

 
(venimmo dal confine di acqua e terra della grecia, e prima dalle pianure acquitrinose di sumeria, e prima ancora dal sobbollimento vegetale del rift, giù giù fino al mediterraneo, lungo l’aorta del nilo... morimmo nella stessa acqua, fummo spolpati dagli stessi pesci... fummo grati alla stessa fortuna... fummo i padri dei migranti che, da figli, non avremmo accolto... ci eravamo fatti qualcosa, avevamo un posto e un presente da vivere... non sapemmo più di essere fluttuazione, evanescenza, sparpagliamento,  fuga da sé... dimenticammo di essere sul bilico fra un non più e un non ancora...credemmo in noi...)
 
 
il mondo è un mondo dello sveglio, e ciò significa che è sognato in quel sogno che comincia svegliandosi, girando la chiave dei colori, le linee, gli spazi ecc.  ma ha quella consistenza leggermente densa, sbavante, acquitrinosa. le cose più che cose sono cose di cose, cose sensibilmente filtrate da un corpo, cose che portano in sé, nei loro contorni tremolanti, nella lieve innaturalità (rispetto a quale natura-parametro?) del colore, o al contrario, proprio nel loro giustapporsi troppo esatto, nel loro funzionare troppo coincidente con l’aspettativa, il corpo massiccio e opaco che le ha rilevate – lo spessore in cui, facendosi percettibili, esistono.
 
(tutti i pensieri del mondo, tutte le parole, sono un  unico pensiero, un’unica parola parlata dalle cose, o dalla carne resuscitata)
 
il mio colon, è un tratto di colon del mondo, il cuore è un ganglio di mondo sparpagliato, il mio neurone è un imbuto, una bocca in cui sversa il mondo, la mia pelle è un frastagliato diaframma nel cui vano si deposita qualcosa che mi è più proprio
 
(fu proprio in quel giorno, che morì nella tv giuliano gemma... proprio in quel giorno, 302 giuliani gemmi, 302 ringhi galleggianti sul mediterraneo...)
 
per non dire degli uomini e i loro pensieri, con la loro pretesa di un’individualità, di una singolarità... a me sembra che un io sia solo una minima increspatura di una grande massa liquida e pervasiva che è il linguaggio... che uno faccia poco più che sagomare nel tubo in cui consiste questa onda lunga che lo attraversa...
 
(come il migrante, cercai di migrare nelle terre felici di me... come il migrante, annegai vicino alla riva, dove ero consistente.... come il migrante, non capivo troppo bene tutto il senso della cosa, ma ero portato dal corpo alla felicità... come il migrante, mi è stato rubato il linguaggio, e consisto nella mia salma, nella mia carne da brodo infusa in una chiazza grassosa ...)



 

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